Ipertensione arteriosa

IPERTENSIONE ARTERIOSA

Il ruolo dell’ipertensione arteriosa nelle patologie cardiovascolari

Dr. Bruno BORIONI

In tutto il mondo l’ipertensione arteriosa rappresenta il maggior fattore di rischio per l’insorgenza di patologie cardiovascolari.
E’ stato osservato che esiste una relazione di tipo lineare tra i valori della pressione arteriosa ed il rischio di andare incontro a ictus, malattia coronarica o altre complicazioni cardiovascolari.
L’ipertensione è un fattore di rischio modificabile ed il beneficio derivante da una sua riduzione è ampio.
Numerosi studi condotti su pazienti ipertesi hanno infatti dimostrato che decrementi anche minimi della pressione arteriosa possono ridurre di una percentuale significativa il rischio di sviluppare una patologia cardiovascolare.
La definizione di ipertensione arteriosa, cioè la distinzione tra normotensione e pressione arteriosa patologicamente elevata, è cambiata spesso nel corso degli anni.
Questo fenomeno non è sorprendente quando si pensa all’affermazione di un famoso epidemiologo, Sir Geoffrey Rose, che dichiarava che l’ipertensione si può definire in base al valore di pressione per cui il trattamento è più utile che dannoso.
Si comprende perciò come il livello pressorio da raggiungere dipenda dalle caratteristiche dei farmaci disponibili e, soprattutto, dalle condizioni cliniche del paziente.
Infatti, l’ipertensione arteriosa non rappresenta il solo fattore di rischio coinvolto nella malattia cardiovascolare; quest’ultima dipende piuttosto dalla combinazione di più fattori, tra cui lipidi plasmatici, diabete ed eccesso ponderale.
L’intervento terapeutico, per modi e tempi, deve dipendere pertanto non solo dai valori di pressione arteriosa, ma anche dal rischio cardiovascolare totale e dalla presenza, o meno, di un danno d’organo.
Questo è il fondamento delle nuove linee guida europee che propongono una classificazione del rischio cardiovascolare aggiornata, rispetto alle precedenti versioni, per l’inclusione delle popolazioni con pressione normale e normale alta.

CATEGORIA SISTOLICA DIASTOLICA
Ottimale < 120 < 80
Normale 120 – 129 80 – 84
Normale alta 130 -139 85 – 89
Ipertensione di grado 1 (lieve) 140 – 159 90 – 99
Ipertensione di grado 2 (moderata) 160 – 179 100 – 109
Ipertensione di grado 3 (severa) >= 180 >= 110
Ipertensione sistolica isolata >= 140 < 90

Secondo questa stratificazione si può parlare di rischio alto e molto alto qualora, pur in presenza di valori pressori normali o normali alti, il paziente presenti danno d’organo o diabete o altri fattori di rischio o condizioni cliniche associate.
Le linee guida europee pertanto suggeriscono di considerare la terapia farmacologia anche per valori di pressione diastolica di 85 – 89 mmHg e/o sistolica di 130 – 139 mmHg in pazienti ad alto rischio.
Una posizione più severa quindi di intervento terapeutico che estende l’approccio farmacologico anche ai pazienti con pressione arteriosa < 140 – 90 mmHg.
Va peraltro considerato che l’aumento del rischio cardiovascolare legato alla coesistenza di altri fattori di rischio non vale solo per quelli (diabete, dislipidemia, etc) indotti dal trattamento antipertensivo.
Gli studi che hanno preso in considerazione endpoint intermedi (ad esempio incidenza di vasculopatia), piuttosto che la mortalità, hanno chiaramente dimostrato questo fenomeno, spingendo la ricerca verso farmaci antipertensivi che non favoriscono lo sviluppo di queste patologie.
Nonostante la criticità dell’ipertensione e del rischio cardiovascolare connesso, nonché la disponibilità oggi di numerosi agenti antipertensivi, gli ultimi dati dimostrano che, in Italia, solo nel 15 – 20% dei soggetti trattati gli obiettivi pressori vengono raggiunti con successo.
Le conseguenze di questo inefficace controllo dell’ipertensione arteriosa sono pesanti sia in termini economici che umani.
In Italia ogni anno il numero di pazienti che va incontro a ictus è pari a 216.000; una cifra che si ridurrebbe dell’85% (184.000 casi in meno) se negli stessi pazienti la pressione arteriosa fosse portata a livelli <= 90 – 140 mmHg.
Situazione altrettanto drammatica se si considerano i pazienti con infarto del miocardio o scompenso cardiaco.
Questo insuccesso terapeutico è riconducibile principalmente a due fattori: interruzione della terapia e scarsa compliance del paziente verso la stessa.
L’insorgenza di effetti indesiderati sembra esserne la causa determinante e, di conseguenza, un antipertensivo con alto profilo di tollerabilità e di efficacia rappresenta la chiave risolutiva perché il paziente segua con regolarità e soddisfazione la terapia assegnatagli.