Alzheimer, le nuove scoperte che ti lasceranno a bocca aperta

Il report pubblicato dall’Istituto Superiore di Sanità nel 2016 dice che nel mondo ben 47 milioni persone soffrono di demenza. Di queste, solo in Italia, 600.000 sono casi di Alzheimer.

Non vi sono attualmente cure contro l’Alzheimer, mentre esistono metodi per prevenirlo (vedi il Walk and Learn), ma nuove e recenti ricerche scientifiche fanno luce sulle sue cause, aiutando a chiarire lo sviluppo della malattia e quindi, potenzialmente, a trovare una terapia.

Lo studio della Temple University

Uno studio del 2009 della Temple University, condotto dal Prof. Domenico Pratico, ha individuato una proteina chiave nella formazione della sostanza alla base dello sviluppo dell’Alzheimer: la 12/15-lipossigenasi. Questa proteina si trova nel cervello e i ricercatori ne hanno rilevato l’alta presenza nelle persone affette dalla malattia.

A quanto pare è proprio la 12/15-lipossigenasi a controllare la reazione biochimica a catena responsabile dello sviluppo dell’Alzheimer. L’iperattività della proteina causa l’invio di messaggi sbagliati alla beta secretasi (il sistema che, in poche parole, dà forma alle proteine), che così inizia a produrre amiloide (sostanza che si deposita nei tessuti responsabile, insieme ad altri elementi, dello sviluppo dell’Alzheimer) in quantità eccessive. Se la beta secretasi non funziona correttamente, può “modellare” le proteine e le altre sostanze cerebrali in modo sbagliato procurando danni all’intero organismo.

“Questo si traduce inizialmente in deficit cognitivo, disturbi della memoria e, più tardi, con un incremento delle placche amiloidi”, dichiara il Prof. Pratico.

Il motivo della fallacia della beta secretasi e quindi la formazione di placche amiloidi dannose per il cervello, non è stato ancora ben compreso, ma scoprendo la proteina alla base di questo malfunzionamento nuove strade si aprono alla ricerca. Grazie allo studio della Temple University,  la 12/15-lipossigenasi è stata messa al centro degli studi sulla malattia “ladra di ricordi”, riportando la ricerca scientifica sul giusto cammino. Attraverso il controllo di questa proteina, la Medicina riuscirà forse finalmente a migliorare lo stato cognitivo delle persone affette: nello studio è stato impiegato (su animali) un composto sperimentale in grado di bloccare la 12/15-lipossigenasi, ed è stato notato il ripristino di alcune funzioni cognitive danneggiate, come la memoria e l’apprendimento.

Lo studio è stato pubblicato nel 2012 su Annals of Neurology, mentre nel giugno del 2017 la rivista ha pubblicato un’altra scoperta relativa all’Alzheimer, stessa Università e stesso Professore a capo, che questa volta svela le proprietà benefiche dell’Olio Extra Vergine d’Oliva sulla memoria e sulla prevenzione della malattia in specifico.

Zucchero e Alzheimer secondo il Prof. Thambisetty

Alcuni farmaci sono attualmente utilizzati per il trattamento protocollare dell’Alzheimer: tactrina e donepazil; questi rendono la progressione della malattia più lenta, ma una volta che i neuroni degenerano definitivamente essi smettono di funzionare. Mentre si sta ancora cercando la cura contro l’Alzheimer, la Scienza ha già trovato alcune soluzioni che aiutano a prevenirlo e alleviarlo. Il Metodo WAL è fra queste, come spiega la Anma Crespi nel suo libro Il Metodo WAL, previeni, impara, cammina. Prima della 12/15 lipossigenasi era stato scoperto un altro fattore causa della fenomenologia della malattia: l’elevata presenza di glucosio nel cervello.

Il The Journal of the Alzheimer Association americano riporta una ricerca coordinata dal Prof. Madhav Thambisetty nel 2004, che ha analizzato post-mortem il cervello di alcuni pazienti malati di Alzheimer e di altre forme di demenza senile. Le aree cerebrali colpite dalla malattia presentavano un eccesso di zuccheri causato dalla disfunzione della glicolisi (il processo biochimico che trasforma lo zucchero in energia).

La fotografia dell’Alzheimer

Un’altra proteina causa dello sviluppo dell’Alzheimer è stata recentemente scoperta e fotografata da un team di ricercatori del Medical Research Council inglese, che ha compiuto uno studio in collaborazione con l’Indiana University School of Medicine americana. Il Prof. Micheal Goedert e il Prof. Sjors Scheres, a capo dei team, hanno individuato la proteina Tau al centro dello sviluppo dell’Alzheimer; infatti numerosi filamenti di Tau sono apparsi all’occhio della fotocamera che ha colto in altissima risoluzione il nucleo della malattia. Il Prof. Bernardino Ghetti, co-autore della ricerca, ha dichiarato alla rivista Nature (che ha pubblicato lo studio nel 2017):

Questa è una delle scoperta più importanti degli ultimi 25 anni nel campo della ricerca sulla malattia di Alzheimer… È un grande passo avanti. È chiaro che la tau è estremamente importante per la progressione dell’Alzheimer e di alcune forme di demenza. Ora per quanto riguarda la progettazione di agenti terapeutici le possibilità diventano enormi.

Così come la beta secretasi, che opera in maniera difettosa (intorno alla quale ruotava lo studio della Temple University), può procurare danni gravissimi alle funzioni cognitive, così la fotografia scattata in collaborazione fra i centri di ricerca anglosassoni prova che, quando mal-funzionanti, le proteine Tau producono un groviglio di filamenti implicati nella formazione dell’Alzheimer. Questi filamenti sono invisibili al microscopio, e per questa ragione la loro individuazione in relazione all’Alzheimer e alle altre malattie degenerative è stata molto lenta e difficile. Ma le immagini scattate dalla fotocamera di ultima generazione non mentono. Altre strade, dopo quelle battute dalla Temple University, si aprono alla ricerca di cure e terapie per l’Alzheimer.

I tre elementi magici del Metodo WAL

Nel 2013 venne pubblicato un importante studio (PLOS ONE, 8,12) condotto da Peter Elwood e da un’equipe del Cochrane Institute of Primary Care and Public Health presso la Cardiff University, nel Regno Unito, in cui la semplice attività del camminare sembrava ridurre il rischio di demenza del 60 %.

  1. Se un farmaco ottenesse un simile successo, diventerebbe immediatamente il trattamento più famoso e diffuso in campo medico: l’attività aerobica, soprattutto se praticata con un ritmo abbastanza intenso e costante è il fattore più potente per scongiurare il declino cognitivo.
  2. Il secondo elemento capace di ridurre vistosamente nelle statistiche il rischio di Alzheimer è la scolarità elevata, che spesso prelude a un’esistenza di “apprendimento perenne”, cioè d’instancabile curiosità verso nuove frontiere di conoscenza personale. La “ripesatura”, termine coniato recentemente in ambito scientifico, sta a indicare il diverso peso sinaptico tra il prima e il dopo un’esperienza di apprendimento.
  3. Terzo e ultimo elemento è quello della riconnessione neuronale attivata dal training musicale (ascolto oppure studio di uno strumento): è stato dimostrato che essa aumenta in modo straordinario la funzionalità e lo sviluppo di quella parte del cervello chiamata “fascicolo arcuato”.

Dott.ssa Anma Crespi

Presidente Associazione WAL Experience

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